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Favola di nonna Lice: Aquilino, figlio di pescatori
Tanto tempo fa in un villaggio in riva al fiume viveva una coppia di poveri pescatori con una dozzina di figlioli. Per sfamare la famiglia il babbo andava a pescare tutti i giorni e ogni giorno si portava appresso uno dei suoi figli. Una mattina scelse il suo bimbo più piccolo, di nome Aquilino. Il bambino non se lo fece ripetere due volte e in un battibaleno fu pronto. Arrivati al fiume, il babbo si mise a pescare raccomandando al figlio di non allontanarsi troppo. Aquilino cercò sassolini colorati lì vicino. Poco distante raccolse anche dei bastoncini di legno con i quali fece tante piccole croci che allineò sul greto.
Passò di lì un Orco che gli domandò:
“Che cosa combini con quelle croci? Buttale subito, altrimenti ti mangio!”
“Non ci penso proprio” rispose il bimbo.
L’Orco gli si buttò contro per stritolarlo tra le zampe, ma dal cielo scese un angelo che prese il bimbo tra le sue braccia e via…. lo portò su in alto, oltre le nuvole.
L’angelo Salvatore (così si chiamava) accompagnò Aquilino nella casa della Madonna che lo accolse con grande gioia e lo tenne con sé. I giorni, i mesi e gli anni passarono in fretta e Aquilino si fece grande e un giorno gli venne nostalgia della sua famiglia terrena. Chiese alla Madonna di riabbracciare i suoi cari e lei un po’ a malincuore acconsentì. Si fece però promettere che sarebbe tornato. Per non farsi dimenticare, gli mise al dito il suo anello di pietra marina, dicendogli:
“Ogni volta che poserai lo sguardo sull’anello, ti ricorderai della tua mamma in cielo.”
E Aquilino volò verso la terra sulle ali dell’angelo Salvatore.
Raggiunse poi di corsa casa sua e bussò alla porta. Gli venne ad aprire la mamma che non lo riconobbe, perchè si era fatto un bel ragazzo. Lo scambiò per un venditore porta a porta e gli disse:
“Grazie, ma non compro nulla.”
Aquilino si fece riconoscere e tra baci e abbracci raccontò la sua avventura.
Nei giorni che seguirono comprò per la sua famiglia tutto ciò che mancava: cibo, lavatrice, televisore, perfino un computer.
Trascorse così un mese di grande gioia. Un mattino, mentre si stiracchiava, lo sguardo gli andò dritto all’anello donatogli dalla Madonna. In un attimo Aquilino seppe che cosa doveva fare. Disse ai suoi che sarebbe tornato presto e corse al fiume.
Trovò l’angelo Salvatore che già da tempo lo aspettava sulla riva. Sulle sue ali salì in cielo. Scoprì che la Madonna si era messa a letto malata perché temeva che non sarebbe più tornato. Si avvicinò al letto e afferrò un lembo del lenzuolo. La Madonna riconobbe il suo anello e si rianimò.
“Non mi hai scordata, caro figlio mio” gli disse abbracciandolo. Da quel giorno Aquilino fa la spola tra il cielo e la terra perché ha due famiglie che gli vogliono tanto bene: una famiglia lassù e un’altra quaggiù.

La favola di “nonna Lice” la trovate anche sul sito di http://www.aquilino.biz
Aquilino è un poliedrico e valente autore di letteratura per ragazzi e tanto altro ancora, andate a visitare il suo interessante sito, vi piacerà.
6 commenti Marzo 10, 2009
Favola di nonna Lice: La serva Beffarda.
CC
NONNA LICE RACCONTA
Eccomi ancora qui a raccontare una antica favola , che la mia nonna era solita raccontare in dialetto genovese, a me e ai miei cugini, e ai nostri amici quando eravamo bambini.
C’ERA UNA VOLTA……
Una vecchia signora, un tempo molto ricca , aveva una serva di nome Beffarda .
Un giorno prese a lamentarsi con questa sua domestica dicendole che era rimasta senza un soldo, di non avere piu’ di che vivere, e che purtroppo a fine mese non avrebbe potuto pagarle il salario.
La Beffarda un po’ stava ad ascoltare e un po’ tentava a modo suo di convincere la padrona che non poteva essere vero, che le riserve della casa non potevano essersi esaurite cosi’ tutto ad un tratto. E cosi’ per giorni e giorni.
Un giorno pero’ la serva si rese conto che la sua padrona aveva detto il vero, perchè venne davvero a mancare lo stretto necessario; ma Beffarda non si perse d’animo e prego’ la padrona di lasciare fare a lei.
Prese con sé un bel fazzoletto a quadri e approfittando della notte entro’ nella casa dei ladri mentre questi si trovavano al lavoro (perchè si sa che i ladri “lavorano” la notte). Si carico’ di soldi e torno’ dalla padrona che si mise subito a spendere in pranzi e pranzetti e bei vestiti tutto quello che aveva, fin quando rimase piu’ povera di prima.
Di nuovo la Beffarda ando’ a far visita ai ladri e di nuovo le due donne spesero tutto e rimasero a “stecchetto”.
Intanto i ladri si sono accorti che nottetempo qualcuno li deruba e decidono di montare la guardia. Passa una notte, ne passano due e nessuno si fa vivo. Alla fine decidono di tornare a lavorare, ma il capo dei ladri dice: – Non è Bene lasciare la casa incustodita, al lavoro andate voi, io resto a sorvegliare. Voglio proprio vederlo in trappola quel ladro che ha il coraggio di derubare i ladri!.-
Proprio quella notte le due donne decidono di tornare insieme a far bottino; si appostano dietro il muro e aspettano che i ladri escano di casa. Le ore passano lente e la Beffarda dice alla vecchia signora: – Non muovetevi di qui, padrona mia, io vado a casa a prendere un po’ di pane da sgranocchiare mentre passa il tempo, Voi fate buona guardia-.
Detto fatto va a casa prende del pane e ritorna lesta sul luogo d’attesa.
La padrona appena arriva la serva le dice: -Sono usciti tutti, entriamo , facciamo presto-.
Il capo dei ladri, che era rimasto a far la guardia alla casa, da dietro la porta poteva sentire i passi delle due donne e la voce della Beffarda che istruiva la sua padrona: – Venite padrona, qui sotto a questa mattonella tengono i denari, prendete solo le banconote piu’ grosse che gli altri soldi li piglieremo un’altra volta-.
Le due donne s’avventano sui soldi prendendone a piu’ non posso, poi quando sono ben cariche, fanno per uscire ma trovano la porta sbarrata. Solo allora si accorgono di essere in trappola. Il capo della banda si para davanti alle due poverette dicendo:- Che foste voi due potevo immaginarlo, ma davvero non mi aspettavo che foste cosi’ furbe.- Detto questo le porta nella cantina e le chiude a chiave. Sulle prime le due donne piangono e si disperano, poi cominciano a trafficare in mezzo ai ferri vecchi e trovano una raspa e un vecchio oraganetto.
La serva dice alla padrona:- Voi prendete lo strumento e mettetevi a suonare, io cerchero’ di fare un buco nel muro servendomi della raspa.
Cosi’ pian piano, mentre la signora suonava, la Beffarda lavorava. Il buco si fa largo e quando è tanto grande da far passare un uomo, le due donne ci si infilano e si ritrovano nel prato.
Il mattino presto i ladri tornano a casa e non trovando la chiave cominciano a chiamare a gran voce il loro capo che si alza dal letto e spiega tutto l’accaduto della notte precedente. I ladri sentendo che le due donne sono chiuse in cantina le vogliono vedere e scendono giu’ e cercano dappertutto, fin quando vedono il buco nel muro e capiscono che le due donne sono fuggite e per la rabbia si strappano i capelli.
-Sangue di bue- si lamenta il capo – Voglio fargliela pagare cara a quelle due streghe! Mi vestiro’ da merciaio e andro’ a casa loro-.
Il giorno dopo prende due cassette di legno, le riempie di pezze, bottoni, cucirini, insomma di tutto quello che puo’ vendere un merciaio e interessare le donne. Fissa due cassette con le cinghie, se le issa a tracolla e parte lungo la strada del bosco.
Quando arriva sotto la finestra della Beffarda grida. – Donne è arrivato il merciaio, il merciaio-.
La beffarda si affaccia al balcone, e si accorge subito che il merciaio è uno dei ladri e dice di non poter scendere. – Buttatemi giu’ una corda, ci attacchero’ tutta la merce che vi serve.- Dice di rimando il falso merciaio.
- Mi servirebbe giusto un paio di forbici- dice la Beffarda e cala giu’ un cestino con la corda.
Quando ha le forbici in mano, si mette a urlare dalla finestra: – Soldi ai ladri non se ne danno, soldi ai ladri non se ne danno!-
Il ladro scappa di corsa per andare a raccontare ai suoi compagni come la Beffarda l’abbia riconosciuto e messo in ridicolo.
Uno dei ladri si fa avanti e dice agli altri: – Ci provero’ io a mettere nel sacco la Beffarda!- Si veste da pellegrino, si mette in viaggio e va a bussare alla porta della donna.
- Sono un pellegrino e vengo dalla Terra Santa, datemi una tazza di brodo, per amor di Dio!- Si lamentava.
Quel giorno la serva non era in casa, La padrona lo fa entrare e gli prepara un piatto di minestra mentre il finto pellegrino le racconta il suo lungo vagabondare da un santuario all’altro, tirando fuori dalla sua bisaccia immaginette e reliquie finte per regalarle alla vecchia signora.
Intanto la serva Beffarda arriva a casa e si accorge immediatamente del trucco, ma sta al gioco porgendo attenzione alle parole dell’uomo. Quando il ladro tira fuori dalla bisaccia dei dolci, nei quali aveva messo un potente sonnifero, e li offre alle due donne, la Beffarda ne prende, ma fa finta di mangiarli e li lascia scivolare nella scollatura, mentre la padrona, che era abituata alle leccornie, ne mangia quanti ne vuole, cadendo cosi’ in un sonno profondo dal quale neanche i tuoni di un temporale estivo l’avrebbero svegliata.
La serva chiude gli occhi fingendo di dormire sodo anche lei, ma tiene le orecchie ben aperte per sentire il piu’ piccolo rumore e capire cosa avrebbe fatto l’ospite.
Accertatosi che le due donne dormissero profondamente, il ladro apre la finestra e si affaccia per chiamare i compagni nascosti nel bosco. La Beffarda svelta come una “lippa” lo afferra per i fianchi e lo butta giu’ dalla finestra. I la dri che erano di sotto lo raccolgono ancora vivo, ma con le ossa rotte e lo portano a finire i suoi giorni nel suo letto.
La Beffarda, intanto vuole rendere pan per focaccia ai ladri e si traveste da medico e se ne va a cavallo verso il covo dei ladri. Li trova tutti sul prato vicino al loro covo che cercano il modo per far curare il loro compare ferito.
- Io sono un medico- dice la Beffarda. I ladri la fanno entrare per farle vedere il ferito.
La Beffarda esamina il ferito e facendo la faccia scura dice: – E’ un brutto male, ma si puo’ guarire. Ci vuole un bel bastone, pesante e tutto nodi e dodici sacchi di trifoglio che andrete a cercare sulla collina. Il bastone serve per pestare il trifoglio e il trifoglio pestato per rimettere in piedi il vostro compagno.-.
I ladri portano il bastone, poi lasciano la casa e vanno su in collina a eseguire gli ordini. Rimasta sola la Beffarda afferra il bastone e si avvicina al ladro dicendogli: _ Mi hai dato il sonnifero? Prenditi ora tu questo narcotico.- E giu’ una bastonata sulla testa da lasciarlo mezzo morto.
Quando i ladri tornano a casa col carico di trifoglio trovano il compagno piu’ morto che vivo e del medico nemmeno l’ombra.
-Accidenti di una donna! Ci vado io questa volta- Dice un terzo ladro con la voce che gli trema per la rabbia e rosso in faccia come un peperone.
Si mette il vestito della festa con un garofano all’occhiello, la giacca aperta sul giubbetto, dove pendeva un marengo d’oro e va a farsi bello proprio sotto la finestra della Beffarda.
Le dice vedendola al balcone: – Oh, Beffarda, cerco moglie, volete sposarmi?-
La serva risponde: -Non vi dico di no, ma lasciatemi qualche giorno per pensarci meglio.-
Passato qualche giorno, la Beffarda accetta di sposare il ladro, anche perchè la voglia di maritarsi non la lasciava del tutto insensibile, si fa festa, poi quando le ombre della sera calano sulla campagna il marito dice alla Beffarda: – Vai ad aspettarmi a letto, moglie che io arrivo subito da te.- e invece se ne va a far baldoria con i suoi compari.
La Beffarda invece che andare a letto, va nell’orto, raccoglie una zucca rotonda, la svuota e la riempie di miele, le mette in testa una cuffietta da notte, e la sistema sotto il lenzuolo. Lega poi una cordicella alla zucca e la fa passare sotto il letto dove si nasconde.
Torna a casa il marito che si avvicina al letto e comincia a dirle: – Beffarda, ti ricordi che sei venuta ben tre volte a rubarci?- La donna da sotto il letto tira la cordicella a la zucca fa – Si, si- chinando la testa.
E il marito continua: Ti ricordi di aver preso in giro uno dei nostri compagni, gridando dalla finestra che ai ladri di soldi non bisogna darne?- E la zucca fa di nuovo -Si, si -
-Non eri forse infine tu quel falso medico che ha ridotto in polpette un nostro compagno a furia di bastonate?- E la zucca- Si, Si-
-Bene, allora avrai quello che ti meriti per tutte le tue malefatte!- e tirato fuori il fucile da sotto la giacca prende la mira e….Bum!… Manda la zucca in tanti pezzi.
Il miele vola per aria, si spande sul letto, schizza sui muri e un po’ va a finire sulle labbra del vendicativo marito.
- Povero me, povero me- comincia a lamentarsi il marito quando sente il sapore -Il sangue di mia moglie è dolce come il miele- e piangeva come una fontana pentendosi di aver ucciso una donna che di ruvido aveva solo la scorza, ma in verità era buona e dolce, come dolce era il sangue che le usciva dalle vene.
La Beffarda da sotto il letto ascoltava tutto. Aspetta che la commozione e la disperazione del marito tocchino le vibrazioni piu’ intense e solo allora esce fuori dal suo nascondiglio.
-Eccomi qui- gli dice te l’ho fatta per l’ultima volta. Il ladro non crede ai suoi occhi, poi quando è stato sicuro che la Beffarda è ben viva e vegeta, chiama gli amici e tutti insieme fanno nuovamente festa in onore della Beffarda, perchè donna piu’ furba e astuta di lei non esiste sulla faccia della terra.
Infine i ladri riprendono il loro mestiere e tengono con loro la Beffarda e la sua padrona e sono ancora adesso insieme !
Creuza de ma : Mulattiera di mare o stradina collinare, talvolta a scalinata, che porta verso il mare.

Add comment Giugno 10, 2008
Sensazioni e memorie olfattive
Domenica scorsa, durante una passeggiata in campagna, all’improvviso percepisco nell’aria, odore erba appena tagliata e comincio a dilatare le narici, estasiata da quel profumo naturale che da sempre mi manda in visibilio.
Alla sera nel mio letto, prima di addormentarmi, ripenso al piacere che certi odori evocano in ciascuno di noi; ad esempio il profumo del mare lo trovo rilassante, mentre l’odore del limone è per me stimolante . Poi ecco, alla mente affiorare un odore leggero di fiori, è profumo di lavanda che avvertivo da bambina quando entravo nella stanza da letto della mia nonna. Erano piccoli sacchetti di pizzo contenenti spighe di lavanda, che nonna metteva nei cassetti del como’ per profumare la biancheria; ricordo ancora che sopra a questo mobile, la nonna teneva in bella mostra accanto ad un portagioie, un flaconcino di ceramica, colorato di blu, con disegnate delle piccole viole, il flaconcino conteneva il suo profumo preferito dall’aroma delicato la : Violetta di Parma.
Questa dolce fragranza emanava da tutta la sua persona ed io ogni volta che ne percepisco il profumo lo ricollego alla mia cara nonnina.
Cullata da queste mie rimembranze, mi accorgo che gradatamente sto per prendere sonno, prima pero’ di entrare completamente tra le braccia di Morfeo, riprometto a me stessa che domani andro’ in profumeria ad acquistare quella dolce e indimenticabile fragranza , ricordo dei giorni della mia infanzia felice e spensierata.

2 commenti Marzo 18, 2008
favole, racconti, poesie ed altro ancora sul blog di Aquilino
Aquilino, scrive letteratura e teatro per bambini e ragazzi, il suo stile è simpatico e originale; riesce a far recitare i piccoli della scuola materna, insegna ai bambini a leggere con interesse e curiosità e questo richiede esperienza e perizia e Aquilino è a mio parere una persona professionalmente qualificata per questo tipo di “lavoro”.
L’indirizzo del suo blog è : www.aquilino.biz.
Andate a visitarlo vi troverete singolarità e simpatia.
Add comment Marzo 14, 2008
Favola di nonna Lice – Tonio Goffo -
Eccomi ancora a raccontare un’altra favola della mia nonna, che sicuramente è stata tramandata di generazione in generazione , riflette le usanze locali della Liguria, ma credo che tutti i popoli del mondo abbiano somiglianze con lo svolgimento di questi racconti popolari, prima ancora dell’invenzione della stampa.
TONIO GOFFO
C’erano una volta tre fratelli, due erano furbi, il terzo goffo e sprovveduto. Per questo lo chiamavano Tonio goffo.
I due fratelli in gamba andavano ogni giorno a lavorare e Tonio restava a casa con la madre ad aiutarla come poteva nelle faccende domestiche.
- Presto metti sulla carriola un sacco di grano e portalo al mulino- gli ordino’ un giorno la madre. – Ma fa attenzione che il mugnaio non ti rubi : per ogni quintale di grano macinato gli spetta uno scotello, cioé una misura da un chilo di farina.-
Tonio si mise in marcia e per non dimenticare le raccomandazioni della madre andava ripetendo a voce alta: -Ogni quintale uno scotello, ogni quintale uno scotello, ogni quintale uno scotello……-
Lo sentirono dei contadini che stavano seminando il grano, lo inseguirono e lo “caricarono” di botte. “Devi dire “a bei carretti”, altro che ogni quintale uno scotello!-
Tonio riprese la sua strada e ripeteva a voce alta quello che gli avevavano detto i contadini. Si imbattè poi, in un funerale e si accosto’ a quelli che portavano e piangevano il morto e disse loro: -A bei carretti- Anche questi lo pestarono ben bene dicendogli: -Non devi dire cosi’ di fronte ad un morto, ma : – Cin cin, gloria all’anima sua-
Tonio riprese il cammino e arrivo’ vicino ad un macello dove stavano macellando una mucca e rivolto al macellaio disse: – Cin cin, gloria all’anima sua.- – Goffo- gli dissero, – non vedi che è una mucca?- Tonio riprese la sua strada, ripetendo ad alta voce.- E’ una mucca, è una mucca…”-
Gli taglio’ improvvisamente la strada un corteo di un matrimonio e Tonio rivolto ai parenti della sposa fece: – E’ una mucca, è una mucca.- Molto indignati i parenti della sposa lo riempirono di pugni, poi gli dissero: -Cosi’ tutte, cosi’ tutte, devi dire se proprio non puoi tenere la bocca chiusa! Hai capito?-
Tonio riprese la sua strada e s’imbattè in un gruppo di uomini che erano intenti a spegnere un incendio che stava distruggendo una casa. Tonio, come potete ormai ben immaginare, disse ad alta voce: -Cosi’ tutte, cosi’ tutte.- Gli uomini posarono i loro secchi, lo raggiunsero e dopo averlo pestato ben bene gli urlarono: – Devi dire Signore fate spegnere il fuoco, Signore fate spegnere il fuoco, sciocco che non sei altro!-
Tonio riprese il cammino e passo’ davanti all’officina di un fabbro che stava soffiando fuori tutta l’anima sua, nel tentativo di accendere il fuoco. Soffia, soffia, neppure una scintilla e Tonio piantato li’ davanti al povero fabbro a dire: – Signore fate spegnere il fuoco, Signore fate spegnere il fuoco.- Il fabbro lascio’ cadere i suoi attrezzi a terra e infuriato gli si getto’ addossso e gli diede un sacco e una sporta di botte.
Tonio arrivo’ finalmente al mulino fece macinare il grano, riprese la strada del ritorno col suo carico di farina, ma decise di non seguire la strada che aveva percorso all’andata, ma di cammminare lungo il corso del fiume Scrivia. Ad un tratto senti’ il verso delle rane, si accosto’ alle sponde del fiume e vide le ranocchie affiorare sul pelo dell’acqua e fare “gre, gre, gre” con la bocca aperta. Il ragazzo penso’ che gli animali avessero fame e comincio’ a gettare in acqua la farina fin quando non gliene resto’ piu’ nel sacco.
Arrivo’ nel frattempo a casa e la madre gli domando’ dove fosse la farina e lui le rispose:-L’ho data alle rane!- -Sei il solito sciocco Tonio, ora cosa mangeremo? Prendi questa pezza di tela e vai al mercato a venderla ma ricordati di non darla alle donne che fanno tante domande. Cercane una che non parli e vendila a lei.-
Tonio si mise in marcia e arrivo’ vicino ad una cappelletta dove c’era la statua della Madonna col Bambino in braccio. Il ragazzo le si rivolse offrendole la pezza di tela. Ma la statua era davvero di poche parole, cosi’ Tonio decise di lasciare li’ la tela e vedendo il Bambino fare “tre” con le dita, interpreto’ quel gesto in questo modo: – Passa da qui fra tre giorni a prendere i soldi.- Percio’ Tonio se ne torno’ a casa.
Appena il ragazzo racconto’ alla madre come si erano svolti i fatti , la donna lo rispedi’ subito in cerca della statua. Tonio tornato alla cappella della Vergine le si rivolse in questo modo: – Bella donna, me la pagate si’ o no la pezza di stoffa?- Ripete’ la domanda piu’ volte e non avendo risposta spazientito, afferro’ un bastone e spacco’ la testa alla statua dalla quale usci’ un fiume di monete d’oro che Tonio tutto felice raccolse e porto’ a casa.
La madre che era a letto malata, lo mando’ subito dal macellaio a comprare un po’ di carne, raccomandandogli di prendere un bel pezzo di carne magra e di non lasciarsi rifilare solo ossa e nervi. Tonio vide sul banco della macelleria una bella porzione di trippa e penso’ che nella trippa non c’erano ossa ne’ nervi e se la fece incartare. Tornato a casa fece bollire la trippa e porto’ il brodo bollente alla madre, ma glielo verso’ addosso e la donna mori’.
Tornarono i fratelli, andarono a vedere la madre e la trovarono morta. Dopo il funerale i fratelli di Tonio dissero: – Non possiamo piu’ vivere con un ragazzo cosi’ sciocco e goffo come nostro fratello, andremo a vivere dai nostri parenti. -E rivolti a Tonio dissero: – Tu vieni con noi e tirati dietro la porta.-
Tonio esegue l’ordine prontamente e scardina la porta, se la carica sulle spalle e via al seguito dei fratelli. La casa dei parenti dista parecchi chilometri, percio’ i ragazzi fattosi buio decidono di salire su un albero per passare la notte. Verso mezzanotte vengono svegliati da un gran discutere che si faceva sotto il loro albero. Erano dei briganti andati la’ sotto per dividersi il bottino. I tre fratelli trattennnevano il respiro per paura di essere scoperti dai ladri, ma Tonio aveva una necessità impellente e disse: – Mi scappa, mi scappa! – I fratelli gli risposero: -E falla ! – E i briganti di sotto :- Ahimè, si mette a piovere.- Dopo un pochino Tonio ha un altro bisogno piu’ consistente: -Non ne posso piu’!- disse ai fratelli. -E falla!- risposero quelli. E i ladri di sotto, continuando a contare i loro soldi dissero: – Che cosa c’è adesso, viene giu’ la manna dal cielo?-
Ad un certo punto Tonio , non riusci’ piu’ a trattenere la porta che aveva in spalla, si lamentava dicendo: -Mi casca, mi casca la porta!- E quando non riusci’ piu’ a reggerla la lascio’ cadere sulla testa dei briganti, i quali sentendo un gran fracasso fuggirono urlando a squarciagola:- Viene giu’ il cielo, viene giu’ il cielo!-
Tonio e i fratelli, quando furono ben sicuri che dei ladri non vi fosse piu’ nemmeno l’ombra, scesero dall’albero, raccolsero i soldi lasciati li’ dai briganti e ripresero il loro viaggio, per andare a vivere dai parenti, i quali li accolsero e ospitarono molto volentieri. E li’ stanno ancora adesso!

3 commenti Marzo 13, 2008
Favola di nonna Lice -Pochettin-
Questa fiaba la raccontava, la mia nonna, (ne sapeva molte) le narrava in dialetto genovese, lingua che parlo e capisco sin dalla mia prima infanzia.
Mi sembra logico che io la tradurro’ in italiano, affinche’ chi la legge possa capirla e raccontarla ai bimbi piu’ piccoli.
Un omino piccino di nome POCHETTINO lo spazzacamino.
C’era una volta un ometto piccolo che tutti chiamavano Pochettino perche’ era piccolo e minuto. Di mestiere faceva lo spazzacamino e un giorno mentre puliva un camino, trovo’ una monetina da dieci lire.
- Mi ci comprero’ una noce con questa moneta- penso’, ma subito gli venne in mente, da buon genovese parsimoniso quale era, che della noce avrebbe dovuto buttare via il guscio e cosi’ avrebbe mangiato poco.
Penso’ allora di comprare una manciata di nocciole, ma anche quelle avevano il guscio.
Penso’ alle ciliegie -Ma dentro hanno l’osso e fuori il picciolo. Neanche con le ciliegie riusciro’ a levarmi la fame.-
Alla fine pensa che ti ripensa decise per i fichi – Dei fichi si mangia proprio tutto: buccia, semi e polpa-.
Entra in un negozio -Quanti fichi mi date per una moneta?- chiede alla fruttivendola che lo guarda dall’alto in basso dietro al banco del suo negozio.
-Uno- gli risponde la donna.
Pochettino allora va in un secondo negozio e fa la stessa domanda e gli rispondono che ne avrebbe avuti due.
Ma al nostro piccolo spazzacamino non va bene neanche questa risposta e va in fondo alla via, dove teneva banco una vecchina curva come una vite.
-Quanti fichi mi dai per un soldo?- chiede alla nonnina.
La vecchina si aggiusta lo scialle sulle spalle , si alza mugugnando dalla sua sedia , prende da un sacco una manciata di fichi secchi li incarta dentro a una foglia di vite e li porge a Pochettino.
- Cosi’ va bene, grazie, – disse l’ometto tutto soddisfatto.
Tutto contento cerco’ un posto dove poter mangiare in santa pace i suoi fichi secchi e scorse un’albero poco distante, sali’ su un ramo e comincio’ a mangiare succhiando piano piano i frutti, godendosi il dolce sapore della loro polpa.
Mangiava e poi buttava via il peduncolo che rimaneva fra le dita.
Passo’ di là un orco e uno dei piccioli di fico gli ando’ a cadere in testa. L’orco levo’ gli occhi in alto e vide Pochettino tutto intento a mangiarsi i fichi .
L’orco allora gli grido’ – O Pochettino butta un fico anche a me.-
Pochettin senza farsi pregare gli getto’ un fico che ando’ pero’ a cadere nel fango.
L’orco allora gli rinnovo’ la richiesta e l’ometto gli getto’ un secondo fico.
Disgrazia volle che sotto l’albero fosse passata una mucca , pochi minuti prima, e proprio sotto l’albero ne avesse fatta un bel po’. Il secondo fico ando’ a caderci sopra.
Questa volta l’orco si inquieto’ davvero e invito’ Pochettino a porgergli un terzo fico con le dita. L’ometto si abbasso’ e l’orco lo afferro’ e in men che non si dica , caccio’ Pochettino dentro al suo sacco, se lo carico’ sulle spalle e lo porto’ a casa da sua moglie l’orchessa.
Apri’ la porta con un calcio e disse alla moglie – Prendi questo ometto, moglie,ingrassalo ben bene che poi me lo mangio.
L’orchessa porto’ il sacco nel punto piu’ buio della stalla, fece uscire Pochettin e lo mise nella gabbia vuota dei conigli; ogni giorno nutriva l’ometto con pietanze abbondanti e chiedeva all’ometto di porgerle un dito per verificare quanto ingrassava.
Dopo circa due settimane Pochettino le porse il solito ditino.
- Ora si’ che sei bello grasso- disse tutta contenta l’orchessa e ando’ a mettere la pentola sul fuoco, poi avverti’ il marito che per pranzo avrebbe finalmente mangiato Pochettino.
Poi l’orchessa porto” Pochettino davanti al camino dove bolliva la pentola e gli disse:
- Levati le scarpe-
- Levatele prima tu le scarpe, cosi’ imparo come si fa.- rispose l’ometto.
La moglie dell’orco paziente si toglie le scarpe e gli dice:
- Levati la camicia- e l’ometto:- Levatela prima tu cosi’ vedo come si deve fare.-
L’orchessa lo accontenta e poi si china sulla pentola per vedere se l’acqua bolliva.
Lesto lesto, Pochettino l’afferra per i fianchi e la spinge dentro al fuoco, dove in pochi minuti l’orchessa brucia.
Intanto arriva l’orco , si siede a tavola e chiama la moglie affinchè porti il pranzo.
Ma chiama e richiama, quella non sente e l’orco si alza da tavola e la va a cercare sull’aia di casa.
Appena fuori vede Pochettin che è sopra al tetto della casa e stupito gli chiede come sia riuscito a scappare, ma soprattutto come sia riuscito a salire sopra al tetto.
Pochettin risponde – Ho preso dei piatti, ne ho fatto una pila alta come la casa, mi ci sono arrampicato sopra ed eccomi qua!-
L’orco vuole provarci anche lui ,ma quando tenta di arrampicarsi sopra i piatti gli crollano addosso e gli si rompono in testa.
-Mi hai preso in giro, non è in questo modo che sei salito lassu’, dimmi come hai fatto e ti lascero’ tornare a casa tua , parola di orco- disse questo.
Lo spazzacamino gli disse- Se vuoi proprio la verita’ te la diro’: ho fatto arroventare sulla brace un palanchino di ferro poi mi ci sono seduto sopra e son partito a razzo sul tetto della casa!-
L’orco corre ad arroventare sul fuoco del camino il pezzo di ferro, poi lo porta fuori sull’aia ci si siede sopra e…….
Fu cosi’ che il fuoco brucio’ l’orco, cosi’ tanto ma cosi’ tanto che ne mori’.
Il nostro Pochettino potè cosi’ scendere dal tetto e tornarsene a casa sua.

3 commenti Febbraio 1, 2008
Il cavaliere Ammazza7 e Ferisci14
Il cavaliere Ammazza7 e Ferisci14, andava in giro per il mondo in groppa al suo cavallo di nome Pezzato; camminava ormai da tempo, quando arrivo’ in un Paese dove tutto era grigio e triste.
Si accorse che gli abitanti erano malinconici , nessuno di loro sorrideva. Il cavaliere incuriosito da quella strana situazione, chiese ad una vecchina che sedeva davanti all’uscio di casa, il motivo di tanta tristezza e quella rispose che il castello del paese era disabitato da piu’ di cento anni , e le persone che cercavano di entrarvi, non ne facevano piu’ ritorno. Quello era un castello stregato!

-Ci provo ad entrare io, nel castello , perbaccolina – esclamo’ il cavaliere.
La nonnina gli rispose che anche lui avrebbe fatto la fine di tutti gli altri, cioè non sarebbe piu’ tornato. Ma il cavaliere rispose alla vecchina: – Io sono Ammazza7 e Ferisci14, non mi faccio certo spaventare da queste sciocche dicerie!
Poi chiese alla nonna dove fosse un’osteria per comprare qualcosa da mettere sotto i denti, la nonna gliela indico’ ed egli passo’ all’osteria dove si compro’ un salame, una pagnotella e un fiaschetto di vino; mise il cibo nella sua bisaccia e si avvio’ verso il maniero.
Arrivato al castello busso’ al portone e bussa e ribussa, dopo un po’, come per incanto il portone si apri’.
Il cavaliere si ritrovo’ in mezzo ad una grande sala piena di polvere e di ragnatele, (lo credo bene era un castello disabitato da cento anni!) Vide poi un tavolo impolverato, con un potente soffio il nostro eroe fece alzare una nube di polvere dentro la quale spari’ anch’egli per un attimo.
-Almeno ora posso sedermi e mangiare il mio pasto!- penso’ il cavaliere, scrollandosi la polvere dagli abiti.
Iniziava a sentire un certo languorino allo stomaco.
Si sedette e comincio’ ad affettare il suo pane e salame poi, mentre stava per addentare la sua pagnotella, suono’ la mezzanotte:
DON, DON, DON... e udi’ una voce profonda chiedere -Butto? -
Il nostro eroe si guardo’ un po’ in giro non vide anima viva e disse:
- E butta! - Certo che in questo castello succedono delle robe alquanto curiose!- Penso’ continuando a mangiare il suo panino.
In un solo momento crollarono al suolo due gambe di scheletro! Mentre stava per versare il suo vinello, la voce misteriosa disse ancora - Butto?-
Qui non si puo’ cenare in pace, se ti diverte tanto questo gioco , butta, forza!
CLOP, CLOP,CLOP..….. arrivarono giu’ due braccia e un corpo senza testa, che si attaccarono immediatamente alle due gambe precedenti e non aveva neanche finito di bere che nuovamente la voce chiese:-Butto?-
Questo era davvero troppo! Il nostro Ammazza7 si spazienti’ e seccato disse:
-Butta un po’ quello che vuoi, ma ti prego di lasciarmi finire la mia cena, perbaccolina!-
Venne giu’ una testa, anzi un teschio, che si ando’ ad attaccare a tutte le ossa precedenti !
Il cavaliere guardo’ lo scheletrino dall’alto in basso, poi dal basso in alto, e chiese:
- E tu chi saresti? – e quello rispose:
- Sono il fantasma di questo castello e finalmente ho incontrato un cavaliere coraggioso, che non se l’è data a gambe levate, come invece hanno fatto tutte le altre persone prima di te; come ti chiami cavaliere?-.
Il cavaliere si mise sull’attenti e si presento’ dicendo:
- Io sono il cavaliere Ammazza7 e Ferisci14, mio Signore !-
- Che significa codesto nome?- domando’ il fantasma-
- Mi chiamano cosi’ perche’ in battaglia ho ammazzato e ferito piu’ di trecento…..
-Valorosi soldati’?- chiese il fantasma
Il cavaliere si schiari’ la voce con dei colpetti di tosse e rispose:
- No, mio Signore: MOSCHE!-
Il fantasma del castello sorrise divertito a questa risposta , poi con aria solenne prese una spada , che fece uscire da chissa’ dove, la poso’ sulla spalla destra del nostro eroe e sentenzio’: – Con questa spada, io ti nomino mio erede e d’ora in poi ti chiamerai cavaliere Senza Macchia e Senza Paura. -
Pronunciate queste parole, scomparve da dove era venuto, senza dare nemmeno il tempo al nostro eroe di ringraziarlo.
Intanto si era fatto mattino e gli abitanti del Paese essendo preoccupati per la sorte del cavaliere, erano sotto le mura del castello e videro che tutte le finestre e i balconi erano stati spalancati; da un balcone , si affaccio’ il nostro cavaliere, sbracciandosi a piu’ non posso, urlava a scuarciagola
- Fatevi sotto gente, c’è n’è per tutti! -
Lanciando dal balcone monete d’oro e d’argento a tutto il popolo!
Gli abitanti all’inizio non capirono cosa stesse succedendo, poi cominciarono a capire e raccogliere le monete, piu’ ne prendevano e piu’ sorridevano, infine gridarono tutti a gran voce:
- D’ora in poi sarai tu il nostro Re, perche’ hai dimostrato di avere coraggio, ma soprattutto sei una persona generosa e buona!!! Hip hip urra!! - Gridarono, gli abitanti lanciando in aria i loro cappelli.
-Viva il nostro Re! Evviva !
Da quel giorno il cavaliere divento’ Re di quel Paese e smise di errare per il mondo, perche’ aveva trovato finalmente dei veri amici ; e si sa che chi trova un amico trova un tesoro, anche se a dirla proprio tutta, il Tesoro lo aveva ereditato e trovato lui: Il cavaliere Ammazza7 e Ferisci14, nonche’ cavaliere Senza Macchia e Senza Paura !
Questa favola, la dedico al mio caro pronipote Fabrizio e a tutti i bambini e le bambine in gamba come lui.
E mi raccomando bimbi, state buoni , (se potete).
1 commento Gennaio 14, 2008


