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Ricette Liguria : “Picagge” al “Tocco” di funghi porcini

La ricetta di oggi è una tra le mie preferite,  non soltanto per la sua straordinaria bontà, ma soprattutto perché mi riporta a luoghi molto cari e ricchi di ricordi.

In Liguria si usa chiamare “PICAGGE” i lunghi nastrini che si acquistano in merceria e nella gastronomia ligure le PICAGGE liguri , altro non sono che tagliatelle, con la differenza che la dose di uova è dimezzata e la metà mancante è sostituita da acqua o meglio, da vino bianco secco.

Invece per il Tocco con la o chiusa (pronuncia tucco) s’intende il sugo con cui si condiscono le pastasciutte, risotti e polenta.

Ingredienti per la pasta fresca  Picagge (tagliatelle)

Farina di grano tenero 500 – N. 2 UOVA – Acqua e\o vino bianco – Sale -

Ingredienti per il Tocco de funsi (Sugo di funghi)

gr. 500 di funghi porcini , meglio se freschi (altrimenti  gr. 40 di funghi secchi)

Una piccola cipolla

uno spicchio d’aglio

mezzo dl di olio evo

4 pomodori spellati e privati dei semi

un rametto di rosmarino e un pugno scarso di pinoli

sale e pepe

Pulite i funghi dal terriccio e, poi lavateli in acqua corrente, asciugateli con un canovaccio ed infine tagliateli a fette.

Se sono secchi basta ammollarli in acqua tiepida almeno una mezz’ora prima di utilizzarli.

Intanto in un tegame fate rosolare nell’olio il trito di cipolla , aglio e pinoli (alcuni tritati grossolanamente e altri interi)  quando sarà appena dorato aggiungete i funghi affettati;  mescolate con un cucchiaio di legno e lasciate sobbolire per pochi minuti. Dopo unite i pomodori tagliati a dadolini, regolate di sale, profumate con il rosmarino mescolate il tutto, incoperchiate e lasciate cuocere a fiamma docile per circa mezz’ora.

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10 commenti Settembre 8, 2009

GRANDE FABER! Palazzo Ducale (Genova)

FABRIZIO  DE  ANDRE’

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A dieci anni dalla scomparsa del suo concittadino Fabrizio De Andre’,    attraverso una grande mostra a Palazzo Ducale dal 31 dicembre fino al 3 maggio,  Genova rende omaggio ad uno dei più grandi cantautori della storia della canzone italiana.

PALAZZO DUCALE   Genova

Le sue canzoni sono un connubio perfetto fra musica e parole.

IL suo modo di scrivere ha appassionato ed incantato intere generazioni.

Faber  era geniale e semplice  allo stesso tempo!

A noi fortunatamente e per sempre, resta le sua immensa  ed indelebile opera.

SEMPLICE

GENIALE

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3 commenti Gennaio 4, 2009

Buon Natale col Pandolce genovese

Questo dolce sinonimo delle feste di Natale, non puo’ mancare sulle tavole genovesi ma soprattutto non deve mancare sulla tavola di casa mia in questa ricorrenza!

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Ci sono due versioni del pandolce genovese, quello (basso) e quello (alto); a me piacciono entrambi, ma pubblico la versione del pandolce alto, in quanto questa ricetta è di facile   esecuzione e ha tempi meno lunghi.

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Ingredienti:

g. 500 di farina bianca doppio 0

una dose di lievito per dolci, scorza di un limone grattugiato

g. 120 di uva passa,    g.60 di pinoli

g. 60 di cedro candito a dadini piccoli,  g. 160 di burro

g.180 di zucchero

un uovo,      un dl. di vino Marsala

sale e un cucchiaio succo di limone.

Esecuzione

In una tazza grande ammollate l’uvetta con l’acqua tiepida.

Sulla spianatoia ponete la farina, aperta a cratere, dentro la quale mettete lo zucchero, un pizzico di sale, il lievito in polvere, la scorza di limone, l’uvetta, i pinoli e il cedro; mescolate aiutandovi con le mani accuratamente. Ricreate al centro un buco e li’ al centro versate 150 g. di burro fuso, poi l’uovo, un cucchiaio di succo di limone e il vino Marsala, quindi lavorate il tutto prima con una forchetta poi con le mani, fino ad ottenere un impasto liscio e omogeneo ( se necessario, aggiungete pochissima acqua, per intenerirlo).

Arrotondate la massa e adagiatela su una placca da forno, già unta di burro, incidete la superficie disegnando una croce e lasciate lievitare per circa un’ora.

Al termine della lavorazione, raccogliete il composto entro un anello di cartone, formato da una striscia alta almeno 10/12 cm. e fermata da punti metallici. Scaldate il forno ad almeno 200° e cuocete il panettone, per circa 40 minuti. Servitelo tagliato a fette tiepido o freddo, meglio ancora.

pandolce di lillicook

http://www.mercatini-natale.com/mercatino_emergency.html

II mondo ha un occhio solo

Siamo in tanti a non essere stati invitati,
la tavola è pronta ma noi dietro i vetri
guardiamo gli altri ridere e star bene.
Siamo in tanti, in troppi a guardare,
vorremmo essere li, siamo pronti
a star bene e anche a pagare il conto
alla fine, con una mano sul cuore.
Ma chi è che ha chiuso in principio la porta
in faccia a gente buona come noi
cosi buona che non capisce nemmeno le ragioni
che ci proibiscono di entrare e star bene?
Questa festa non è né lunga né tranquilla,
il mondo ha un occhio solo, capite,
e non si divertiranno le donne ben vestite,
non dormiranno in pace gli uomini grassi,
non canteranno le strade ed i bambini
finchè non entreremo anche noi
a ridere insieme, poi a pagare il conto.

( Giovanni Arpino)

http://www.webwards.net/wp-content/uploads/2007/12/auguri_buon_natale.jpg

BUON NATALE  e  FELICE ANNO NUOVO

6 commenti Dicembre 15, 2008

CIMA ripiena alla genovese: “Cimma-pinn-a”

http://www.youtube.com/watch?v=jg3-RNNxayA

La Cima alla genovese è un laborioso piatto che richiede tempo e abilità costituito da una tasca di carne di vitello farcita. Puo’ essere paragonato ad un arrosto ripieno, che invece di essere cotto in tegame viene cotto in brodo.
Il macellaio crea una tasca (taglio di carne preso dalla pancia del vitello) che viene poi riempita dalla massaia   con funghi, piselli, lattuga, uova, formaggio, maggiorana e frattaglie.
E’ una pietanza che nasce come piatto povero, fatto con gli avanzi , che col tempo si è trasformato in una ricca pietanza.
Prettamente natalizia, la Cima  si adatta bene anche alla stagione estiva, essendo un piatto che si serve freddo: la Cima viene servita a fette e se  il giorno dopo avanza, le fette vengono impanate e fritte .
La versione “magra” della Cima, (il ripieno non comprende carne), viene preparata nel Ponente ligure. Tra gli ingredienti, in sostituzione alla carne si possono usare, piselli o fagiolini lessati o carciofi appena sbollentati e tagliati a spicchi sottili, come pure listarelle di carote prelessate e prezzemolo tritato o ancora lattuga ripassata in padella nel burro.

Cuoco

Ricetta classica : Dosi per 8/10 persone.

Ingredienti: per il brodo:   Un Kg. e mezzo di pancetta di vitello, una cipolla, una carota, una costola di sedano, 2 litri di acqua e 4 dadi per brodo.

Ripieno : gr. 50 di burro o olio di oliva extra vergine.  gr.300 fra polpa di vitello a fettine e cervella; ( io adopero soltanto vitella e cervella), ma a piacere si puo’ adoperare animella e schienali.  3 cucchiai di piselli (freschi, surgelati o in scatola),  un cucchiaio di pinoli, gr.20 di funghi secchi ammolati in acqua tiepida,  maggiorana, sale pepe, 3 cucchiai di parmigiano grattugiato, 6 uova intere uno spicchio d’aglio.

Dal macellaio fatevi preparare il pezzo di pancetta di vitello, con già praticata una tasca.   A casa lavate la carne in acqua corrente e lasciatela asciugare.

Rosolate nel burro o nell’olio le fettine di vitello e la cervella, il tutto tagliato a pezzetti.

Tritate vitello, cervella e funghi, mettete il trito in una terrina con i piselli, la maggiorana, l’aglio tritato, i pinoli, sale e pepe, formaggio e le uova sbattute, amalgamate bene e versate questo composto,  (dovrà risultare piuttosto liquido) nella tasca della pancetta,  riempiendola non piu’ di due terzi.  Cucite bene l’apertura con filo incolore.

Mettete le verdure in una capiente pentola con l’acqua e quando questa quasi bollirà unite i dadi e la tasca ripiena.

Un sistema per evitare che la Cima scoppi, è quello di calare la Cima nell’acqua bollente assieme alle verdure, poi spegnere il fuoco, coprire e lasciare riposare per venti minuti.  Riportarla poi a bollore e cuocere a fuoco basso per un paio d’ore, ricordandovi di forare la carne per far respirare il ripieno ed evitare che la tasca, rigonfia si spacchi. Coprite la pentola e lasciate terminare la cottura per altre 2 ore circa.

Sgocciolate la Cima e mettetela a raffreddare fra due piatti con un peso sopra.

Servitela a fette, accompagnata da  un contorno di verdure.

http://www.genova-pasta.com/images/cima%20alla%20genovese.jpg

La CIMA : invitante, di bell’aspetto, digeribile e generosa (regala anche un gustoso e corroborante brodo).

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LA CIMA ( Fabrizio de Andrè )  Traduzione:

Ti sveglierai sull’indaco del mattino
quando la luce ha un piede in terra e l’ altro in mare
ti guarderai allo specchio di un tegamino
il cielo si guarderà allo specchio della rugiada
metterai la scopa dritta in un angolo
che se dalla cappa scivola in cucina la strega
a forza di contare le paglie che ci sono
la cima è già piena è già cucita
Cielo sereno terra scura
carne tenera non diventare nera
non ritornare dura
Bel guanciale materasso di ogni ben di Dio
prima di battezzarla nelle erbe aromatiche
con due grossi aghi dritti in punta di piedi
da sopra a sotto svelto la pungerai
aria di luna vecchia di chiarore di nebbia
che il chierico perde la testa e l’asino il sentiero
odore di mare mescolato a maggiorana leggera
cos’altro fare cos’altro dare al cielo
Cielo sereno terra scura
carne tenera non diventare nera
non ritornare dura
e nel nome di Maria
tutti i diavoli da questa pentola
andate via
Poi vengono a prendertela i camerieri
ti lasciano tutto il fumo del tuo mestiere
tocca allo scapolo la prima coltellata
mangiate mangiate non sapete chi vi mangerà
Cielo sereno terra scura
carne tenera non diventare nera
non ritornare dura
e nel nome di Maria
tutti i diavoli da questa pentola
andate via.

Ciao2


8 commenti Dicembre 11, 2008

Una “virgola” nell’oceano Atlantico

Tristan da Cunha è veramente una virgola nell’oceano: dista 2.437 KM. dall’Isola di Sant’Elena e oltre 3.000 dal Sudafrica.

L’ isola è un vulcano sorto 3 milioni di anni fa. Sul versante meno ripido, dal 1816 è sorta una comunità che oggi conta 300 persone. Ai suoi rifornimenti provvedono navi provenienti dal Sudafrica: 5 o 6 all’anno.

I 300 abitanti dell’isola chiamano semplicemente Settlement (villaggio), il piccolo paese che nelle carte ufficiali ha per nome “Edimburgo dei sette mari”, in onore di Alfred Duca di Edimburgo, che nel 1867 visito’ Tristan da Cunha.

Anche i cognomi, solamente sette, non vengono mai citati essendo tutti parenti, gli abitanti sono costretti non solo a chiamarsi per nome, ma a trovare sempre nomi nuovi per evitare fraintendimenti.

Vivono tutti li’, in un centinaio di casette bianche che si snodano lungo le uniche due strade del villaggio, abbastanza vicini per potersi chiamare a voce e abbastanza lontani per non rubarsi il sole.

L’approdo in questa isoletta è inaccessibile: scogli nascosti sotto l’acqua ne impediscono l’approdo, gli abitanti vanno incontro alle navi con barche da pesca!

L’aragosta è il principale prodotto da esportazione, le condizioni del mare pero’ permettono la pesca solo pochi giorni al mese.

A Tristan, quando non si puo’ uscire a pescare, ci si dedica al miglioramento delle strade, alla produzione di mattoni, alla caccia delle mucche che vivono allo stato brado.

In questo francobollo di terra perso nell’oceano,il capo della polizia e i suoi assistenti non hanno mai perseguito reati o fatto multe!

La legge è nell’ unica persona di Brian Balduin, amministratore per conto della Regina Elisabetta (Regno Unito), egli è un innovatore, che ha messo a disposizione di tutti il suo indirizzo email, in modo che la gente non sia costretta ad aspettare la posta per dei mesi, ha inoltre fatto installare una cabina con telefono satellitare.

Invece per un altro abitante dell’isola, John Lavarello (cognome portato dagli eredi di un marinaio ligure naufragato nel 1892), le cose stanno cambiando troppo velocemente: la biblioteca, con i giornali e riviste internazionali, potrebbero risvegliare i giovani e il telefono satellitare a che cosa serve? Si chiede l’uomo, ricordando l’episodio di un anziano abitante dell’isola, suonatore di fisarmonica che ebbe un colpo apoplettico qualche anno addietro e che sopravvisse fino all’esaurimento della riserva di ossigeno. Certamente non lo avrebbe salvato neppure una telefonata a Città del Capo, poichè la nave avrebbe impiegato sei giorni ad arrivare!

La maggior parte degli abitanti ha paura del cambiamento, temono che le innovazioni possano distruggere lo spirito comunitario e i principi di fratellanza dei padri fondatori.

A Tristan tutti aiutano tutti, e se il raccolto di qualcuno va in malora gli altri gli regalano una parte del proprio. Quando arriva una nave, tutti, uomini e donne, formano una lunga coda dal porto fino al magazzino, passandosi di mano in mano scatole di fagioli, casse di birra, biancheria, stivali ecc…

La scuola è gratis, ma la natalità è in calo. La palestra ogni sabato sera si trasforma in discoteca.

Sull’isola non vi sono separazioni di coppia, l’unica via di fuga dalla vita matrimoniale è rappresentata dal mare, le coppie stabili si formano già a un’età molto precoce.

Ai giovani, soprattutto alle ragazze, l’isola comincia a stare stretta, molte si lamentano della monotonia della vita. Il governo britannico mette a disposizione cinque posti e sussidi in Inghilterra per gli abitanti che decidono di trasferirsi.

Ma c’è anche il rovescio della medaglia: da dopo che in Inghilterra è stato trasmesso in televisione un documentario sull’isola, sono piovute richieste di “immigrazione” da parte di persone affascinate dalla vita semplice e solitaria dell’isola.

Le notizie che pubblico sul post, provengono da un articolo che lessi sulla rivista FOCUS qualche anno fa che catturarono il mio interesse e la mia curiosità, soprattutto quando lessi che tra gli abitanti dell’isola sopravvivono due cognomi di origine ligure: sono i discendenti di due naufraghi camogliesi Gaetano Lavarello e Andrea Repetto che nel 1892 decidono di rimanere a Tristan, contribuendo cosi’ all’ampliamento della comunità.


A Camogli (Liguria) c’è una targa che ricorda i due marinai che fecero naufragio sull’isola Tristan da Cunha

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L’isola dall’insediamento umano piu’ remoto al mondo!

2 commenti Ottobre 17, 2008

Vobbia Valle Scrivia (Ge) Castello della Pietra

Le estati nel mese di agosto degli anni ‘60 e primi anni ‘70 le trascorrevo nel comune di Vobbia, un paesino della Valle Scrivia che dista da Genova una cinquantina di chilometri.

Sorrido adesso, quando ripenso al grande fermento che c’era in casa dei miei genitori nei giorni vicino alla partenza, sembrava dovessimo intraprendere un viaggio lontano mille miglia!

Guardando alcune scene del primo atto della commedia “I manezzi pe maja na figgia” del grande Gilberto Govi , rivivo un po’ la stessa atmosfera di casa mia in quei giorni: mamma, sventagliandosi per il caldo, che dà ordini a papa’ chiedendogli ogni “tre per due” se ha sigillato gli scatoloni con gli utensili di cucina, se ha raccomandato all’autista del camion di rispettare l’orario della partenza , se preferisce indossare per il viaggio le “braghe” corte o quelle lunghe, e dopo alcuni secondi gli comunica che deve indossare i pantaloni lunghi, poichè ha scordato di aver già chiuso in valigia tutto il resto dell’abbigliamento, comprese le “braghe” corte !

Verso l’ora di pranzo il mio paziente papa’ e lo zio dicono alle donne di casa, mamma, nonna e zia di avvertire un certo languorino allo stomaco e le tre donne, stupite da quella richiesta cosi’ fuori luogo, rispondono ai due uomini, come possono pensare al cibo con tutto quello che c’e’ ancora da sbrigare!

Papa’, senza perdersi d’animo, annuncia che va giu’, al forno, a comprare un po’ di “fugassa” (focaccia) . A questo punto le tre “matriarche” alleandosi, dicono che già che passavano al forno, facessero pure una capatina in rosticceria a comprare la “faina” (farinata di ceci) per la Titti (che sarei io), alla “figgetta” (bambina, sempre io) piaceva tanto la farinata!  Anzi ripensandoci, comprassero la “faina” per tutti!

Dopo il pranzetto “asciutto” gli adulti, prendevano il caffè freddo, che nonna previdentemente preparava ore prima con la caffettiera “napoletana”.

Nelle ore successive si aspettava, con impazienza che arrivasse l’autista con il camioncino: a turno si andava alla finestra per vedere spuntare l’autocarro sul quale oltre agli scatoloni, valigie, borse, ceste e cestine il papà e lo zio sarebbero saliti, mentre “noi donne” avremmo fatto il viaggio a bordo del “Lazzi” (corriera che a Genova veniva denominata appunto Lazzi), dal famosissimo nome dei pullman di linea che transitavano sulle strade di Genova a quell’epoca.

Finalmente, nelle prime ore pomeridiane, arrivava l’autista con l’autocarro (papà non ha mai voluto saperne di prendere la patente), si caricavano tutte le masserizie e si partiva per la benedettissima e agoniata “villeggiatura”!

I dialoghi di casa mia, come avrete certamente capito, si svolgevano in dialetto genovese, e vi posso assicurare che sarebbe uno spasso poterveli raccontare e descrivere in questa mia lingua !

Ora pero’, voglio presentarvi il paesino di Vobbia situato nella Valle Scrivia, al quale sono rimasta affezionata e che, quando né ho la possibilità, ritorno a visitare sempre con piacere, specialmente in estate, quando il paese organizza una manifestazione singolare: il “Palio dei Gambi”, una corsa degli abitanti che attraversano festosamente e rumorosamente sui trampoli (gambi), il torrente omonimo.


vobbia01Vobbia e il suo torrente

Vobbia è un piccolo paese a 500mt. sul livello del mare. Fino al 1697, questa era solo una stazione di sosta della via dei Feudi Imperiali o Via del Sale. Il motivo di principale interesse del paese è il Castello della Pietra tra il XI e XIII secolo.

Il Castello è stato restaurato nel 1981 ed è visitabile e raggiungibile seguendo per 20 minuti un sentiero nel bosco, a tratti in salita, ma vi assicuro che ne vale veramente la pena fare questa “scarpinata”, il paesaggio della valle ariosa e distesa, ne ricompensa la fatica impiegata !

Il maniero è uno dei piu’ suggestivi castelli medioevali dell’entroterra ligure : sorge incastonato fra due spuntoni di roccia che emergono dal verde incontaminato dei boschi del Parco dell’Antola.

Sotto l’imponente costruzione, lungo la strada che sale al paese, costeggiando il torrente Vobbia, s’incontra il Ponte di Zan, costruito intorno al 1250; la leggenda vuole che il diavolo terminasse l’opera in una sola notte, prendendosi in cambio l’anima del primo passante, un tal Giovanni (Zan in dialetto vobbiese). Anche qui il paesaggio e la vista delle gole dal Ponte (altra tappa del Museo) è suggestiva e impareggiabile davvero!


Castello della Pietra

Vobbia, è sempre stata molto frequentata dai genovesi desiderosi di sfuggire dal caldo della città e il paese negli anni, si è arricchito di villette e rustici ristrutturati ed è un luogo a mio avviso, che merita di essere visitato, non solo per il suo bellissimo panorama tra boschi e colline, ma anche per l’ottima cucina e per l’ospitalità della gente del posto.

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2 commenti Ottobre 3, 2008

Genova…..per me

Veduta di Genova da mfiondo.

Chi guarda Genova.

Chi guarda Genova sappia che Genova
Si vede solo dal mare
Quindi non stia lì ad aspettare
Di vedere qualcosa di meglio, qualcosa di più
Di quei gerani che la gioventù
Fa ancora crescere nelle strade

Un porto di guerra senza nessun soldato
Senza che il conflitto sia mai stato dichiarato

Un luogo di avvocati con i loro mobili da collezione
E di commesse che gli avvocati la sera accompagnano alla stazione
Commesse senza parola e senza restituzione
E giù alberghi della posta
E ritorni senza eleganza e senza sosta
Restiamo volentieri ad aspettare
Che la nostra casa stessa riprenda il mare
E non dovremmo sbagliare
Non ci dovremmo sbagliare
Senza un amore grande
Che debba ritornare
Uno di quelli che si aspettano
Per poi rinunciare
Bella signora che mi lusinghi
Citando a memoria le mie canzoni
Il tuo divano è troppo stretto
Perché io mi faccia delle illusioni
Abbiamo tutti un cuore arido
Ed un orecchio al traffico
Restiamo volentieri ad aspettare
Che la nostra casa stessa riprenda il mare
Non ci possiamo sbagliare
Non ci possiamo sbagliare
Sono gerani e non parole d’amore
Questo lo so.

(IVANO FOSSATI)

oleandro in fiore da laura_maddy.

Via del Campo

Via del Campo c’è una graziosa
gli occhi grandi color di foglia
tutta notte sta sulla soglia
vende a tutti la stessa rosa.

Via del Campo c’è una bambina
con le labbra color rugiada
gli occhi grigi come la strada
nascon fiori dove cammina.

Via del Campo c’è una puttana
gli occhi grandi color di foglia
se di amarla ti vien la voglia
basta prenderla per la mano

e ti sembra di andar lontano
lei ti guarda con un sorriso
non credevi che il paradiso
fosse solo lì al primo piano.

Via del Campo ci va un illuso
a pregarla di maritare
a vederla salir le scale
fino a quando il balcone ha chiuso.

Ama e ridi se amor risponde
piangi forte se non ti sente
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior

dai diamanti non nasce niente

dal letame nascono i fior.

(Fabrizio de Andrè)



C’era una volta una gatta
che aveva una macchia nera sul muso
e una vecchia soffitta vicino al mare
con una finestra a un passo dal cielo blu

Se la chitarra suonavo
la gatta faceva le fusa
ed una stellina scendeva vicina vicina
poi mi sorrideva e se ne tornava su.

Ora non abito più là
tutto è cambiato, non abito più là
ho una casa bellissima
bellissima come vuoi tu.

Ma io ripenso a una gatta
che aveva una macchia nera sul muso
a una vecchia soffitta vicino al mare
con una stellina che ora non vedo più.

( GINO PAOLI )

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2 commenti Settembre 17, 2008

COZZE RIPIENE alla genovese

La cucina ligure, come ho detto già in alcuni precedenti post, non è terra di ghiottoni ma cucina essenziale, ricca di inventiva e creatività.

Comunque, grazie ai suoi intensi rapporti mercantili internazionali ha subito l’influenza gastronomica di terre lontane come l’araba, la spagnola, la musulmana e la sicula.

IL PORTO di GENOVA

Oggi voglio darvi una ricetta di pesce, appetitosa e di facile esecuzione: le cozze ripiene, a Zena : “MUSCOLI”.

Ingredienti per 6 persone:

un kg e mezzo di COZZE (MUSCOLI in dialetto genovese)

Per il ripieno: gr. 400 di cipolline fresche e porri, gr.500 di riso, gr. 150 di pomodori maturi (oppure una scatola di pelati), gr.60 pinoli tritati, g.40 di uva passa (rinvenuta in acqua tiepida), un dl. olio evo, sale e pepe.

Per la cottura finale. 4 cucchiai di olio evo, un bicchiere di vino bianco secco.

Pulite con cura le cozze, togliendo i filamenti e le incostrazioni, quindi passatele sotto l’acqua corrente e lavatele bene. Mettetele in una pentola su fiamma “allegra” e fatele aprire.

Intanto preparerete il ripieno tritando le cipolline, poi i pinoli, versate in una ciotola ampia e unite il riso, l’uva passa e la polpa dei pomodori maturi, versate un dl di olio, regolate di sale e pepe e mescolate piu’ volte amalgamando bene.

Con questo ripieno farcite i gusci delle cozze e richiudete le valve.

Adagiate le cozze in una teglia da forno, poi bagnatele con poco olio e vino bianco secco.

Mettete in forno a (180 gradi) per circa due ore, il tempo che si cuocia il ripieno e si addensi il sugo, quindi servitele calde.

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2 commenti Settembre 5, 2008

I Biscotti del Lagaccio

Il LAGACCIO è un bacino artificiale nei pressi di Genova, voluto nel 1593 da Andrea Doria. Il lago è stato poi colmato negli anni ‘60.

Il suo fondale era limaccioso e impraticabile e risultava impossibile ripescare cose o persone cadute sul fondo; da qui il nome “Lagaccio” appunto per l’aria sinistra e tetra che assunse nei secoli e in special modo durante la seconda guerra mondiale.

Attualmente è completamente coperto e nella sua area è stato edificato un campo sportivo in erba sintetica.

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Via Lagaccio, parrocchia di San Giuseppe

Si racconta che proprio li’ vicino al lago nacque un FORNO che divento’ celebre per un particolare tipo di biscotto, che assomiglia ad una fetta biscottata ma è molto di piu’.

I biscotti del Lagaccio per me sono la cosa migliore che si possa intingere nel caffellatte della prima colazione , sono ottimi anche a merenda con il tè delle cinque.

In commercio se ne trovano di veramente buoni, esistono anche in versione senza burro e vengono chiamati “Biscotti della salute”. Le tre marche piu’ conosciute sono: Pannarello, Grondona e Petri.

Quando mi prende lo “schiribizzo” li faccio nel forno di casa e riescono buoni, anche se a mio parere ci vorrebbe un forno a legna, ma nella vita alcune volte ci si deve accontentare , percio’ se volete sperimentare questi fantastici BISCOTTI del LAGACCIO eccovi di seguito la ricetta:

Dosi per 4 persone

600 g. di farina, 25 g. di lievito di birra, 100g. di zucchero, 75g.di burro, 10g. semi di finocchio, sale.

Stemperare il lievito in un bicchiere d’acqua tiepida, mettere 150g. di farina sulla spianatoia e incorporarvi il lievito. Lavorare a lungo e se necessario aggiungere altra acqua tiepida all’impasto, formare una palla e metterla in una terrina, coprirla con un canovaccio e porla in luogo caldo a lievitare sino a quando non avrà raddoppiato il suo volume.

A questo punto versate sulla spianatoia il resto della farina, unire un pizzico di sale, i semi di finocchio, il burro sciolto e il pane di lievito; impastare energicamente aggiungendo se necessario altra acqua tiepida, in modo che l’impasto risulti morbido. Rifare un’altra palla e porla ancora a lievitare, procedendo come nella prima lievitazione.

Dopo circa un’ora e mezza rimettere la pasta sulla spianatoia, lavorarla un poco e tagliarla in tre/quattro pezzi, formando altrettanti filoncini. Porli su una placca da forno imburrata o su carta da forno e incidere sulla superficie dei tagli sbiechi, distanziati uno dall’altro circa due cm.. Mettere la placca in luogo caldo e lasciar riposare ancora per una ventina di minuti.

Infornare a 200 gradi e cuocere. Sfornare e lasciar raffreddare completamente, poi tagliare i biscotti seguendo le tacche incise in precedenza. Disporle ancora sulla placca e biscottare in forno a 200 gradi avendo cura che non brucino!

1 commento Agosto 26, 2008

Torta SACRIPANTINA

Questa Torta è la mia preferita, quando ero piccola si vendeva non solo nelle pasticcerie genovesi ma anche al negozietto di alimentari sotto casa ; ora, purtroppo non si trova cosi’ facilmente, e poi io abito in provincia di Roma…. quindi quando la voglio gustare mi conviene prepararla seguendo le istruzioni di un vecchio ricettario genovese.

Vi chiederete il perchè del nome Sacripantina?

Mi sono documentata, e dopo aver girovagato per un paio di ore sulla rete ecco cosa ho scovato :

La leggenda vuole che…. L’ideatore di questo dolce fosse un appassionato di buone letture che, colpito dal Sacripante dell’Orlando Innamorato, abbia voluto battezzare con un più amabile diminutivo la sua creatura. Ma non trascuriamo neppure la via della seduzione: il dolce è intrigante e sensuale, il nome civettuolo. L’ omaggio di un impenitente dongiovanni alla golosità femminile. Ecco invece un po’ di Storia (quella vera!) Siamo nel 1800, da aprile a giugno, l’armata imperiale austriaca assedia i francesi, guidati da Andre’ Massena, sono arroccati a Genova. Come accade sempre durante le azioni di guerra, nel tentativo di resistere si sfruttano tutte le risorse alimentari. In quel momento, nei magazzini del porto, e’stipata una partita ragguardevole di riso, che viene macinato e mescolato alla farina di grano per preparare il pane. Forse proprio a questo episodio pensava il pasticcere francese Chiboust quando, un giorno, decise di mescolare farina d’Ungheria (che allora era considerata la migliore) con fecola di patate, uova, burro, zucchero e aromi. Ottenne, così, una base per torte, molto simile al pan di Spagna, che, in memoria di Massena, battezzò ‘genoise’, genovese. Tutto ciò succedeva a Parigi, in un laboratorio di Rue Saint Honoré, la via che avrebbe dato il nome alla più famosa invenzione di questo creativo cuoco francese: la torta Saint Honoré. Assolutamente ligure, invece, è la passione per le creme e le farciture che ha portato a creare la sacripantina. Dolce con un nome impegnativo, ricorda infatti, il re circasso Sacripante invaghitosi della bella Angelica di cui ci narra le gesta l’Ariosto nel suo ‘Orlando Furioso’, e che ormai si trova solo nelle pasticcerie più antiche in occasioni particolari. le sacripantine della Preti., è con questo nome brevettato negli anni ‘30 , che questo dolce viene prodotto industrialmente, anche in confezioni tipo merendina. Giovanni Preti nel negozio di piazza Portello nel cuore di Genova nel 1875 inventa la sua sacripantina che che veniva preparata a forma rettangolare, e confezionata in un’allegra carta di colore azzurro intenso. Qualche pasticceria del capoluogo, occasionalmente, la prepara ancora. Bando alle ciance, ora passiamo alla ricetta della TORTA SACRIPANTINA INGREDIENTI. – 1 pan di Spagna da 500 g e di 22 cm di diametro – 200 g di burro – 30 g di cacao – 1 bicchiere e 1/2 di marsala secco – 1 bicchierino di rhum (oppure altro liquore a piacere) – 1/2 tazza di caffè ristretto – 150 g di zucchero a velo inoltre: 50 g di biscotti secchi 2 amaretti 30 g di zucchero a velo Esecuzione: Montate il burro con lo zucchero a velo, poi unitevi il caffè, mescolato a 2 cucchiai di liquore, e amalgamate. Dividete la crema in 2 parti e unite a una il cacao e il liquore rimasto. Tagliate orizzontalmente il pan di Spagna in 6 dischi sottili e bagnateli con un po’ di marsala. Foderate con una pellicola uno stampo a bordo alto del diametro di 22cm, sistematevi sul fondo un disco di pan di Spagna e spalmatevi un po’ della crema al caffè. Coprite con un secondo disco di pan di Spagna e spalmatelo con la crema al caffè. Ripetete l’operazione con il terzo disco e copritelo con il quarto, lasciando da parte qualche cucchiaio di crema per la decorazione. Spalmate il disco con metà della crema al cacao. Ripetete l’operazione con il quinto disco, poi coprite con l’ultimo disco e versatevi il marsala rimasto. Rivestite con un foglio d’alluminio un cartone da pasticceria, appoggiatelo sulla torta, mettetevi sopra un peso e trasferitela in frigorifero per almeno 2 ore. Frullate i biscotti e gli amaretti fino a ridurli in polvere e mescolateli allo zucchero al velo. Togliete la torta dal frigorifero, sformatela, sistematela su un piatto per dolci e spalmatevi la crema al caffè tenuta da parte. Sploverizzate il dolce con la miscela di biscotti tritati e zucchero a velo facendola cadere da un setaccino e rimettetelo in frigorifero fino al momento di servire.

Attenzione: Non devono essere necessariamente 6 i dischi di Pan di Spagna, io ne farcisco solo 3 e il dolce è supelativo ugualmente!

Buon FERRAGOSTO a tutti!

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2 commenti Agosto 15, 2008

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